Mario Fallini, tra le sue varie tecniche d’espressione, disegna con le parole. Con le parole scritte di romanzi e narrazioni delinea le figure dei personaggi e delle cose che vi compaiono. Si tratta di calligrammi, anche se, usando questo termine, il pensiero corre subito alla classica poesia a forma di coppa o di calice, che disegna questo oggetto colmandone l’ideale profilo con le parole o, meglio, facendolo scaturire dalla disposizione delle parole stesse (tipo di composizione già in uso durante l’ellenismo, più propriamente definito technopaegnion). Per le figure di Fallini, ispirate a modelli entrati in uso nel Cinquecento, è leggermente diverso: tracciate su grandi dimensioni sembrano a prima vista disegni “al tratto”, di quelli cari agli stampatori perché non hanno chiaroscuri difficili da calibrare, ma sono composte da pure linee. Solo che in questo caso, appena ci accostiamo, scopriamo che la linea è composta di parole e che, per esempio, il disegno di Rustichello (presente in mostra) è delineato dalle parole dell’inizio de Il Milione. Avvicinandoci a questi calligrammi di Fallini è come se facessimo una scoperta; la sorpresa, se già non sappiamo di che cosa si tratta, è forte, come se scorgessimo, anziché parole, una linea di formiche che vanno avanti e indietro e animano la figura. Bisognerà pertanto tener conto di tale effetto di meraviglia esaminando le opere letterarie scelte per questo tipo di disegni-trascrizioni. La meraviglia sembra essere la strada imboccata in queste opere da Fallini, a tre diversi stadi. Il primo è costituito dal “miracolo” stesso della scrittura, l’operazione magica che ci permette materialmente di trasferire nei prati bianchi della carta il seme nero di una realtà che attende solo il lettore per prendere vita

testo di:  Mario Mantelli